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*quello zaino dimenticato* | staimale


*quello zaino dimenticato*

Era evidentemente la sua ex-ragazza e la discussione si stava facendo animata; talmente animata che quando scesero dall’autobus Lui aveva dimenticato il suo zainetto. Subito lo raccolsi e mi precipitai giù dal pullman che chiuse immediatamente le porte dietro di me e si allontanò pigramente dalla fermata. La ragazza se n’era andata e Lui, al quale non avevo staccato gli occhi di dosso fin da quando si era seduto davanti a me, era ancora incazzato nero, fermo sul marciapiedi a rodersi di rabbia. “Ehi, scusa” dissi avvicinandomi “ hai dimenticato questo”. A quelle parole Lui si voltò e alzò gli occhi verso la mia voce: un incontro diretto dei nostri sguardi nel silenzio di quel pomeriggio di primavera.
Arrossii. “Ah, grazie, amico!” disse prendendo lo zaino e issandoselo sulla spalla. “Chissà dove avevo la testa… Posso offrirti qualcosa, con questo caldo? Così, per fare quattro chiacchiere…”. Sono molto timido, ma Lui mi piaceva da impazzire e così: “Beh, sì, oggi fa proprio caldo. Magari potremmo prenderci una bibita fresca…” Così c’incamminammo verso casa sua, fianco a fianco. Non stavo ad ascoltarlo mentre Lui parlava del più e del meno: ero ancora frastornato dall’idea di andare a casa di quel figo! Indossava una maglietta verde militare con maniche molto corte, che arrivavano appena all’inizio di due bicipiti sodi e lisci e che si sollevava in modo da togliermi il respiro per due pettorali ben delineati e molto sexy. Non era alto, appena più baso di me, ma ben proporzionato e con due spalle solide come roccia; i jeans blu scuro di taglio largo e abbondante nascondevano quelle gambe che avanzavano sicure; i lunghi ricci castano chiaro erano raccolti in una coda e lasciavano libero quel viso acqua e sapone in cui Madre Natura aveva incastonato due splendidi occhi color nocciola. Si chiamava Marco.

Giunti a casa, Marco mi fece accomodare in salotto e sempre parlando andò a prendere due bibite; ma mentre me ne porgeva un bicchiere le nostre mani si toccarono e il bicchiere mi si rovesciò sui pantaloni. Marco subito prese uno straccio e incominciò ad asciugarmi fermandosi subito: aveva notato il rigonfiamento dei miei pantaloni. Un silenzio imbarazzante cadde tra di noi mentre divenivo via via paonazzo in volto, vuoi per l’imbarazzo vuoi per l’eccitazione. Lentamente avvicinò il suo viso al mio, mi guardò dritto negli occhi e con voce ferma disse “Mettiti sul divano”. Come ipnotizzato non potei obiettare. Marco si sfilò la maglietta e il mio cuore sobbalzò: stava lì, in piedi davanti a me, con i suoi bellissimi muscoli lisci e senza un pelo, sodi, gonfi e guizzanti quando si muoveva. I suoi addominali mi si rivelavano ora in tutta la loro compattezza e dal suo torso si sprigionava un’aura di forza mista a sicurezza. Si chinò verso di me e mi baciò dolcemente. L’erezione nei miei pantaloni continuava a crescere mentre con la sua bocca esperta pomiciava con me, lasciandomi senza fiato. Si staccò succhiandomi il labbro inferiore e mentre lo guardavo intontito cominciò a sbottonarmi la camicia: il mio petto batteva più forte man mano che le sue lunghe mani scendevano. Scostando i lembi della camicia percorse tutto il mio torace con piccoli baci che mi facevano fremere, soprattutto quando si facevano più audaci sui miei capezzoli rigidi. Il suo corpo che si sfregava contro il mio era fresco e la sua passione cominciava a farmi sospirare ad alta voce finchè, dopo avermi tolto la camicia, prese a slacciami la cintura e ad aprire i pantaloni. Si fermò e mi guardò come un lupo guarda la preda braccata e rifugiata in un angolo, ormai in suo potere, e dopo un attimo che mi parve interminabile mi sfilò i pantaloni lasciandomi con gli slip e un’evidente erezione che aspettava solo di giungere allo zenit. Allora si chinò nuovamente verso di me e abbassati gli slip, preso tra le mani il mio pene, Marco se lo mise in bocca e cominciò a lavorarselo. Prima molto lentamente scappucciando il glande con la lingua, poi prendendolo in bocca sempre di più e succhiandolo sempre più in fretta. Man mano che aumentava la velocità con cui mi spompinava, i miei gemiti divennero più forti e lunghi: “Ah, aah… Aah, aaahaah…” Era la mia prima pompa e mi sentivo pulsare il sangue nelle vene della testa per l’eccitazione. E quando ormai mancava poco a che venissi, Marco si fermò. Restò per un secondo col mio cazzo in bocca per poi lasciarlo. Marco si rizzò e mi guardò: uno sguardo pieno di sensualità, malizia e complicità. “Ora tocca a te: vediamo cosa sai fare”. Senza farmelo ripetere mi avventai sui suoi jeans rigonfi mentre Marco stava in piedi di fronte a me: lì in ginocchio li sbottonai, li calai insieme ai suoi boxer verdi e mi trovai davanti la sua verga. Potevo finalmente ammirarlo dalla cintola in giù. Anche qui muscoli ben delineati, lisci e allenati, glabri; solo il pube era ricoperto di peli ricci e chiari. Era come un toro nella fierezza della sua giovinezza gagliarda; i piedi nudi sul pavimento freddo, le natiche sode. Presi in bocca la sua mazza e detti il meglio per eguagliare il suo pompino. Marco si sciolse la coda e i suoi ricci ricaddero sulle spalle robuste mentre con le mani ai lati della mia testa accompagnava il movimento della mia bocca. Sentivo l’odore del suo sudore e la forza del suo corpo pervaso da scosse di piacere, la grande vena del pene che mi pulsava in bocca e l’eccitazione animale che ci prendeva. “Ah… Fermati, ora” disse con voce bassa. “Ora dobbiamo venire assieme”. Si sedette sul divano a gambe aperte e con calma mi fece sedere sulla sua asta: voleva incularmi. Ci volle un po’ per vincere la verginità del mio buchetto ma con esperti colpi di bacino e divaricandomi il culo riuscì a penetrarmi. All’inizio credetti di non farcela a tener dentro quel bastone così largo, anche se non lunghissimo. Ma man mano che andavamo avanti la paura lasciava il posto a un piacere mai provato prima, un misto elettrizzante di eccitazione selvaggia, desiderio insaziabile, voglia incontenibile, foia inarrestabile. Sentivo Marco ansimare sempre più forte in perfetto sincronismo con me; con una mano mi masturbava violentemente, poi si fermava ed io mi voltavo quanto potevo per mettergli la lingua in bocca e baciarlo e baciarlo… poi riprendeva in mano il mio cazzo e me lo menava con quella perizia che hanno solo gli uomini, il tutto mentre instancabilmente mi stantuffava il cazzo in culo, mandandomelo in fiamme. Le mie mani cercavano quel corpo che mi aveva stregato e mi aveva portato sull’abisso nero del piacere, lontano da ogni raziocinio e buon senso verso una terra sconosciuta e da scoprire. Cercavo, cercavo quel corpo, quei muscoli che sentivo contrarsi in spasmi crescenti addosso a me. La bocca era arida ed ero assetato, assetato d’infinito. Finche, stringendomi con un braccio al suo petto forte e largo, caldo e accogliente, tenendomi con tanto desiderio stretto a sé, con la sua fronte poggiata sulla mia nuca, i miei occhi volti in alto, le mie mani intrecciate alle sue mani, scossi entrambi come da scariche elettriche di piacere sessuale, raggiungemmo l’esplosione e l’orgasmo: Marco eruttò fiumi di sperma dentro di me nello stesso istante in cui io venivo nell’altra sua mano. Un po’ di sperma cadde sul pavimento. E restammo così, abbracciati e sospesi in un limbo senza tempo. Poi lentamente mi alzai e voltandomi lo guardai negli occhi: dolcemente, con gratitudine, con affetto. Chiesi dove fosse il bagno e andai a sistemarmi. Tornando lo trovai vestito.

Mi avviai verso la porta, Lui l’aprì e appena uscito mi girai: i suoi occhi erano quelli di un cucciolo triste, colmi di tenerezza struggente. “Grazie per avermi riportato lo zaino” disse. “Grazie di averlo dimenticato” risposi. E me ne andai nella luce di quel pomeriggio di primavera.



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