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*THE EMiNEM SHOW * | recensione2


*THE EMiNEM SHOW *
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Parole, insulti, musica, polemiche, e quant’altro: non c’è che l’imbarazzo della scelta per l’argomento dal quale iniziare una recensione di “The Eminem show”.
Facciamo il nostro dovere e proviamo a parlare di ciò che è la causa prima di tutto ciò, e ciò che si perde in tutto questo chiacchiericcio: la musica.
Il primo commento che bisogna fare è che Eminem sarà pure un personaggio mediatico, ma musicalmente ci sa fare eccome. Molto di più di alcuni colleghi altrettanto bravi a procurarsi visibilità e spazio su mezzi di comunicazione. Citiamo un paio di esempi, che rendono davvero pregevole questo disco dal punta di vista musicale: il singolo “Without me” è trascinante, non solo ritmicamente, ma anche melodicamente. Una componente, quest’ultima, che nel rap si perde con grande facilità. E il trucco si ripete spesso e volentieri, nelle tracce del disco: i ritornelli di “Say goodbye Hollywood” o di “White america” rimangono in mente facilmente, senza che uno se li dimentichi. Insomma, Eminem sa scrivere canzoni, e non è poco. Oltretutto sa anche manipolarle: se in “The Marshal Mathers LP” aveva messo le mani su un’allora sconosciuto brano di Dido (diventato la nota “Stan”), oggi affronta uno stra-classico: “Dream on” degli Aerosmith diventa “Sing for the moment”, con la presenza diretta della chitarra di Joe Perry e della voce (questa campionata) di Steven Tyler. E il risultato è un potenziale hit-single.
Sempre da questo punto di vista, i difetti principali del disco sono la sua lunghezza ed una tendenza alla dispersività: in oltre 70 minuti ci si perde facilmente; con una ventina di minuti di meno tutto sarebbe stato più godibile ed efficace.
Questo ci porta all’argomento di transizione tra l’Eminem musicista e l’Eminem personaggio: i testi: il disco è decisamente logorroico, i testi non sono solo “politicamente scorretti”; sono magari efficaci musicalmente ma decisamente eccessivi prima nella quantità che nella qualità. Oltretutto vengono riportati nel libretto con caratteri molto piccoli ed un’impaginazione che rende molto difficile la lettura. Forse perché, come sostiene lo stesso Eminem, si è stufato di vedere passare al microscopio ogni parola pronunciata. Eviteremo accuratamente questo “sport”, ma lasciateci dire che Eminem se le cerca: il disco è una gara all’insulto libero, dove non viene risparmiato nessuno: non la mamma (se fosse un italiano non se lo potrebbe permettere…), tantomeno politici e rivali vari, musicali e non. Lui dice di parlare ai “Suburban kids”, ai ragazzini di periferia, utilizzando il loro linguaggio. E questo giustificherebbe il tono “forte” delle parole. Ci pare (ma forse, con i tempi che corrono ci sbagliamo…) che essere arrabbiati non sia una giustificazione per poter mandare aff… chiunque non sia d’accordo.
In altre parole, essere un bravo musicista, un bravo rapper, fare della buona musica, mette Eminem nella condizione di poter cantare e fare quello che gli pare? Decisamente no, ed in questo tutti i media devono ammettere di avere creato un mostro. Eminem è un personaggio che funziona non perché fa canzoni, ma perché è il protagonista di una lunga storia, un insieme di eventi scioccanti raccontati giorno dopo giorno da giornali e TV, che hanno bisogno di riempire pagine e palinsesti. Il fatto che poi questo “mostro” sia musicalmente bravo, di fronte a queste ultime considerazioni, passa decisamente in secondo piano. Insomma: “The Eminem show” è musicalmente un bel disco; ma questo, alla fine, conta davvero poco, visto che cerca di attirare l´attenzione soprattutto attraverso l’aggressività e la scorrettezza di ciò che viene cantato nelle sue canzoni.

(Gianni Sibilla)




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